http://www.pandemia.info
http://www.lucaconti.it
http://imaloser.splinder.com
http://www.toxidrome.altervista.org
http://igrandireportages.blogspot.com
http://gianniepinotto.blogspot.com
http://studiounto.blogspot.com
http://salvatoreditaranto.blogspot.com
http://liberopensiero.iobloggo.com
http://chesterfieldlight.iobloggo.com
http://guerrillaradio.iobloggo.com
http://antoniotombolini.simplicissimus.it
http://www.puntopanto.it
http://www.colomboelena.it/blog
http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com
http://www.youblob.org
http://zuccapelata.splinder.com
spai: spai lab di marketing, comunicazione, web & nuovi media
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Poco attratti dalle nuove tecnologie di comunicazione, diffidenti nei confronti dei servizi a pagamento, incuriositi dalla pubblicità online: questi gli internauti italiani, secondo un sondaggio condotto da NetOserver e Novatris su un campione di 170.000 navigatori che, oltre al nostro Paese, prende in esame anche Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania.
Osservando più nel dettaglio l’inchiesta, si nota una tiepida apertura nazionale verso i sistemi di messagistica istantanea, utilizzati dal 53,1% degli italiani, e un certo scetticismo verso i programmi di telecomunicazione gratuita (come Skype, usati dal 38,7%), e ancor di più verso il podcasting (14,9%) e i blog (15,1%).
Negli altri paesi europei questo genere di servizi sono aprezzati soprattutto dai navigatori spagnoli (73,9% utilizza programmi di messaggistica), anche perchèin Spagna oltre il 60% degli internauti hanno meno di 35 anni. Nel nostro Paese la percentuale scende invece al 47%, e la fascia d’età più presente su Internet è quella tra i 35 e i 49 anni.
La diffidenza diventa netta in Italia per quanto riguarda i servizi a pagamento: solo il 17,9 degli italiani, contro il 32,5% dei tedeschi, paga per inviare Sms via web, e ancora meno per scaricare videogiochi (7%), musica (9,5%), suonerie e loghi per cellulari (5,8%) e annunci (6,8%).
Secondo la ricerca NetObserver in questo caso gli internauti italiani sembrano seguire il comportamento dei corrispettivi latini, mentre inglesi e tedeschi sembrano molto più disposti a spendere in cambio di servizi on line.
Gli italiani reagiscono meno positivamente rispetto ad altri paesi (Francia e Regno Unito in primis) anche alla pubblicità e al direct-marketing on line: solo il 34, 2% ha partecipato a dei giochi a premi organizzati dai siti, il 31% clicca i link pubblicitari che compaiono sui risultati dei motori di ricerca, e il 24,2% entra nei siti aziendali dopo aver visto pubblicità sul web. Nonostante questi risultati, la pubblicità on line è percepita come creativa ed innovativa da più di tre italiani su 5, e quasi la stessa percentuale dichiara che aiuta a scoprire nuovi prodotti e servizi.
Quasi il 44% degli italiani, secondi solo agli spagnoli, dichiarano che le reclame aiutano a prendere decisioni di acquisto migliori. Questi risultati fanno concludere agli esperti di NetObserver che, nonostante le difficoltà di breve periodo, la pubblicità e il marketing online dovrebbero avere buone prospettive di crescita nel nostro Paese.
fonte: sole24ore
spai: spai lab di marketing, comunicazione, web & nuovi media
Poco attratti dalle nuove tecnologie di comunicazione, diffidenti nei confronti dei servizi a pagamento, incuriositi dalla pubblicità online: questi gli internauti italiani, secondo un sondaggio condotto da NetOserver e Novatris su un campione di 170.000 navigatori che, oltre al nostro Paese, prende in esame anche Francia, Spagna, Gran Bretagna e Germania.
Osservando più nel dettaglio l’inchiesta, si nota una tiepida apertura nazionale verso i sistemi di messagistica istantanea, utilizzati dal 53,1% degli italiani, e un certo scetticismo verso i programmi di telecomunicazione gratuita (come Skype, usati dal 38,7%), e ancor di più verso il podcasting (14,9%) e i blog (15,1%).
Negli altri paesi europei questo genere di servizi sono aprezzati soprattutto dai navigatori spagnoli (73,9% utilizza programmi di messaggistica), anche perchèin Spagna oltre il 60% degli internauti hanno meno di 35 anni. Nel nostro Paese la percentuale scende invece al 47%, e la fascia d’età più presente su Internet è quella tra i 35 e i 49 anni.
La diffidenza diventa netta in Italia per quanto riguarda i servizi a pagamento: solo il 17,9 degli italiani, contro il 32,5% dei tedeschi, paga per inviare Sms via web, e ancora meno per scaricare videogiochi (7%), musica (9,5%), suonerie e loghi per cellulari (5,8%) e annunci (6,8%).
Secondo la ricerca NetObserver in questo caso gli internauti italiani sembrano seguire il comportamento dei corrispettivi latini, mentre inglesi e tedeschi sembrano molto più disposti a spendere in cambio di servizi on line.
Gli italiani reagiscono meno positivamente rispetto ad altri paesi (Francia e Regno Unito in primis) anche alla pubblicità e al direct-marketing on line: solo il 34, 2% ha partecipato a dei giochi a premi organizzati dai siti, il 31% clicca i link pubblicitari che compaiono sui risultati dei motori di ricerca, e il 24,2% entra nei siti aziendali dopo aver visto pubblicità sul web. Nonostante questi risultati, la pubblicità on line è percepita come creativa ed innovativa da più di tre italiani su 5, e quasi la stessa percentuale dichiara che aiuta a scoprire nuovi prodotti e servizi.
Quasi il 44% degli italiani, secondi solo agli spagnoli, dichiarano che le reclame aiutano a prendere decisioni di acquisto migliori. Questi risultati fanno concludere agli esperti di NetObserver che, nonostante le difficoltà di breve periodo, la pubblicità e il marketing online dovrebbero avere buone prospettive di crescita nel nostro Paese.
fonte: sole24ore
Blog, wiki, instant messenger sono tecnologie ormai comuni in tutte le aziende ma attenzione: l’ultimo rapporto di Basex avverte le imprese dei notevoli rischi per la produttività.
Fin da subito i detrattori delle nuove tecnologie si sono scagliati con veemenza sulla perdita di produttività che causerebbe l’utilizzo smodato di blog, wiki e programmi di instant messaging (come MSN Messenger, Skype e Gtalk). Adesso queste accuse sono supportate dai numeri, quelli pubblicati da Basex, società di ricerca che ha analizzato la situazione delle imprese statunitensi votate al verbo del 2.0.
I risultati sono allarmanti, con una perdita di produttività stimata in 588 miliardi di dollari, una vera e propria piaga per l’economia americana che si configura addirittura come “problema dell’anno 2008″.
La ricerca, intitolata “Information Overload: We Have Met the Enemy and He is Us“, ha evidenziato come i nuovi strumenti si siano aggiunti a vecchie distrazioni come cellulari e posta elettronica. In totale, le interruzioni causate da telefonate, invio di email e conversazioni su messenger vari occupa circa il 28% del tempo ai cosiddetti “knowledge worker”. Concretizzando, ogni anno vanno via 28 miliardi di ore in queste attività.
Il motivo di tanto spreco? Secondo Basex è nell’eccessiva abbondanza di strumenti comunicativi. Un dipendente che è abituato a comunicare su Skype tenderà ad usare in modo meno efficiente le email, e lo stesso dicasi per wiki e blog. Troppi strumenti, troppa informazione, che si disperde nei meandri dell’organizzazione e diventa sempre più difficile da cercare.
Saggiamente, l’eventualità di proibire l’utilizzo degli strumenti 2.0 nelle aziende non è presa in considerazione, poiché significherebbe rinunciare a vantaggi di enorme portata.
Articolo originale PMI.it
Per una mini-guida del web 2.0 si consulti l’articolo di Robin Good
ecco la pagina da un milione di dollari. gli spazi sono in vendita a blocchi di 100 pixel ogni giorno per 24 ore.
L’idea è di Alex Tew, studente di 21 anni inglese che ha pensato di realizzare questa pagina con lo specifico obiettivo di raccogliere un milione di dollari.
le cose sembra stiano andando piuttosto bene visto che in pochi giori ha raggiutno 256,100dollari
un genio!
The Million Dollar Homepage - Own a piece of internet history!
spai: spai lab di marketing, comunicazione, web & nuovi media
Segnalo questo intervento molto interessanto sul web e sul modo di fare comunicazione di Marco Massarotto (Consigliere ADCI e Founding Partner di Hagakure - Corporate Blogging, Podcasting & Online Tools for The Brand) - Estratto integralmente da ADCI il latore della presente 18 luglio 2006 numero 13 - www.adci.it
Web 1.0, Web 2.0
La rete come l’abbiamo conosciuta dal 1995 al 2000 è andata in crisi: un sistema troppo verticale. A risorgere dalle sue ceneri ci ha messo un attimo, dopo il Web 1.0, ecco il Web 2.0. Se vi sembra un maquillage, vi sbagliate di grosso. Il Web 2.0 è una nuova concezione di Internet: ogni software, ogni sito, ogni computer da allora nasce ispirandosi a questa nuova realtà. Tutto è iniziato da una conferenza, ormai mitica, tenuta da Dale Dougherty, vice presidente di O’Reilly, uno dei più importanti gruppi editoriali specializzato in teconologia. Da allora qualunque cosa si basa su alcuni solidi pilastri quali la condivisione (pensate alle infinite possibilità di condivisione di musica, film, contenuti), il social networking (le enormi e numerose comunità), la ricerca (Google docet), la personalizzazione. Internet diventa così una piattaforma in perenne sviluppo, dove il contenuto è fruito e al tempo stesso creato dai suoi utenti.
Il nuovo Internet e la nuova comunicazione
La rivoluzionarietà di questo approccio trascende i limiti della rete, si tratta di un “potere editoriale diffuso”, è una struttura socio-comunicativa orizzontale. Certo ci sono i grandi portali, ma sono sempre più dinamici: appaiono ad ognuno nel modo preferito. Inoltre un piccolo Blog o una piccola community possono assumere una velocità di crescita tale da portarli in poche settimane a essere un player globale. Questo è lo scenario di Web 2.0 trattato per sommi capi, ma siccome questo articolo si chiama “Comunicazione 2.0” cerchiamo di immaginare come il nuovo Internet possa influenzare la comunicazione.
Vecchi e nuovi modelli
Sappiamo che la percentuale di investimenti pubblicitari su Internet cresce a doppia cifra, mentre media storici come la tv o la stampa se non arrancano si attestano su percentuali da polpastrello. Ma come vengono spesi questi soldi? Finora si è cercato di replicare un meccanismo noto: comprare spazi frequentati dal maggior numero possibile di utenti e presentare loro l’ultima novità, l’ultima offerta di una Marca. Un approccio molto Web 1.0, appunto. Questo sistema rischia di non pagare più in una rete globale dove i contenuti mutano in modo infinito, dove le regole le scrive ognuno per sè. E i motivi principali sono due: una logica distributiva fortemente mutata e una frammentazione dell’audience.
La “Long Tail”: come il Web 2.0 ha cambiato la distribuzione
Prima di modificare la comunicazione il Web 2.0 ha radicalmente trasformato la distribuzione. Il modello classico di distribuzione si basa sulla vendita al dettaglio. Ho un negozio, ho una vetrina, espongo una parte della mia merce, solitamente la più nuova o la più bella. Così facendo mi ritrovo con un certo numero di scaffali all’interno del negozio e la merce che si trova lì ha meno visibilità, per non parlare del magazzino. Occorre puntare tutto su alcuni articoli che bisogna vendere velocemente, prima che passino nel dimenticatoio del retrobottega. La distribuzione su Internet ha sovvertito questo ordine.
Dal sito vetrina alla vetrina personale
Quando entro in un grande store on-line vedo una vetrina che non vede nessun altro, vedo una vetrina di merce che interessa a me secondo il mio profilo (personalizzazione) o secondo quello che ho chiesto di vedere (ricerca) o secondo quello che ha visto gente con gusti e acquisti simili ai miei (condivisione, social networking). Insomma vedo, scelgo e compro secondo i pilastri del Web 2.0. Ecco che un cd, un paio di scarpe, un libro passano dal dimenticatoio alla vetrina. E non per tutti, solo per quelli a cui possono interessare. È il caso di E Bay, di Amazon, di ITunes Music Store. Dopo duemila anni passati con una vetrina ecco arrivare in un anno duemila vetrine diverse per lo stesso negozio. Come questo si rifletterà sulla comunicazione è una sfida aperta. È chiaro che puntare sul prodotto appena uscito, presente in tutti i punti vendita, come fa la comunicazione classica, rischia di fare cilecca. Molta gente potrebbe non vederlo mai quel prodotto.
La logica viral
C’è anche un altro elemento del Web 2.0 che manda in crisi il sistema classico di comunicazione: la crescente assenza di spazi altamente frequentati a favore di molti spazi interconessi tra di loro. Avendo possibilità infinite ognuno su Internet tende a visitare e frequentare gli spazi più vicini ai suoi gusti e ai suoi interessi. C’è una frammentazione del publico. Anche i portali che riescono ancora ad attrarre grandi masse sono ormai totalmente personalizzabili e, di fatto, sono tanti siti quanti i loro visitatori. Un grosso budget speso su un portale frequentato può rivelarsi meno redditizio di una strategia raffinata che porti il messaggio di un’azienda a circolare spontaneamente. È la logica del virale, del Blog, del social networking (unire le persone per interessi). Perchè si attivi questo circolo virtuoso però, occorre guadagnarsi la simpatia, la credibilità, l’interesse della comunità di persone cui si vuole comunicare. Bisogna farlo con il linguaggio, con la tecnologia, con la sincerità necessarie. Occorre scendere nell’arena e giocare secondo le regole di chi vi si trova. Presentarsi a bordo di una “corazzata” Media può risultare un’idea poco efficace, quando non controproducente. Sono finiti i tempi in cui se non guardavi Pippo Baudo, guardavi la Carrà e a un’azienda bastava comprare spazi su tutti e due i programmi. Sul web 2.0 le scelte sono infinite e costantemente mutanti, nessun budget potrà mai coprirle tutte. In questo scenario le aziende dovranno trovare nuovi canali, nuove forme di comunicazione in grado di far muovere un messaggio dentro la rete. Soprattutto dovranno trovare o ritrovare la complicità dei consumatori. Che sia la nuova comunicazione, la Comunicazione 2.0?
spai: spai lab di marketing, comunicazione, web & nuovi media
non penso basti così poco! comunque posto questo intervento molto interessante di umerto torelli uscito sul corriere della sera
In Italia sono 20 milioni i potenziali consumatori che vogliono entrare in contatto con le aziende per avere informazioni su prodotti e servizi. Ma spesso non ci riescono». A parlare è Layla Pavone, presidente Iab Italia ed Europa (Interactive advertising bureau). L’associazione che promuove soluzioni e standard per lo sviluppo del business su Internet. E che i prossimi 8 e 9 novembre sarà presente a Milano con Iab Forum. «Questo succede perché le aziende sottovalutano le potenzialità del consumatore. Che grazie agli strumenti della rete, mai come adesso, utilizza Internet per informarsi prima, durante e dopo gli acquisti». Eppure l’Italia, secondo i dati NetConsulting non è fanalino di coda in Europa. Visto che il 62% delle aziende possiede un sito Internet e l’11% usa Internet per veicolare l’e-commerce . Ma nella maggioranza dei casi il sito aziendale si propone ancora come catalogo elettronico, non strumento per diffondere e raccogliere informazioni su quanto richiedono gli utenti. Un percorso a doppio senso in cui il consumatore diventa parte integrante dei piani di sviluppo aziendali. Quindi delle opportunità di crescita.
Allora che cosa è cambiato da quando le aziende usavano Internet come vetrina dei prodotti? «Sono cresciute, hanno capito che cambiano la comunicazione e i modelli di business . La soluzione non è solo quella di avere un catalogo elettronico online . Bisogna sfruttare il valore aggiunto dell’interattività, che consente il dialogo diretto con i consumatori. Necessario sia per i rapporti business to business tra aziende, sia per quello tra aziende e utenti» In che modo? «Bisogna fare innamorare il consumatore del proprio brand . Per 50 anni la comunicazione è andata in un’unica direzione: l’azienda verso il pubblico, in un rapporto poco democratico. Invece ora, il consumatore dice “ci sono anch’io”. Si tratta di un utente camaleontico, con esigenze in continuo cambiamento. È critico, attivo, usa Internet per selezionare prodotti e servizi»
Quali strumenti in rete danno visibilità a un’azienda? Possiamo parlare di una killer application ? «Lo strumento “principe” rimane senza dubbio la consultazione dei motori di ricerca. Utilizzati dal 92% dei consumatori per cercare informazioni in rete. Tutto inizia con il primo click , dopo che si sono inserite le parole chiave da cercare. Ecco perché la consultazione dei motori web diventa fondamentale per la visibilità delle aziende. Quindi per le azioni marketing da intraprendere »
Solo questo? «Diciamo che l’altro strumento venuto alla ribalta con prepotenza negli ultimi 12 mesi riguarda il fenomeno blog . Ormai cartina al tornasole del rapporto tra aziende e consumatori. Community online e blog eliminano le barriere inibitorie di chi acquista. Disposto a dire in modo chiaro che cosa pensa. Quindi in una posizione di interlocutore privilegiato Questo che cosa significa per le aziende? «Dire addio ai vecchi focus group, alle tradizionali tecniche di verifica e controllo. Adesso le scelte prese dai consumatori si valutano in tempo reale. Per cambiare in corsa le iniziative di vendita, ma anche correggere, se necessario, i programmi di comunicazione»
Internet giova di più alle grandi aziende o alle Pmi? «Porta vantaggi a entrambe. La differenza sta nella capacità di sfruttare al meglio le potenzialità della rete. L’enterprise può sfruttare tutti i vantaggi legati all’ottimizzazione degli investimenti. Prendiamo l’esempio di una multinazionale che deve proporre un servizio o un prodotto secondo logiche globali, indipendenti dai confini geografici. Ebbene può utilizzare il protocollo di comunicazione Internet sia verso il mondo esterno dei clienti, sia a livello interno. Con una rete Intranet in grado di passare informazioni ai suoi dipendenti, ma anche a clienti e fornitori»
E alla piccole imprese? «Per le Pmi il vantaggio è quello di localizzare le informazioni. Anche la piccola impresa, che ad esempio ha relazioni con la Cina, può dialogare a costi contenuti con la rete di vendita. Con la possibilità di trovare clienti attraverso la rete »
Quali sono le differenze tra aziende italiane e gli altri paesi europei? «Direi tecnologiche e culturali. Il primo punto riguarda la nostra arretratezza sulla diffusione della banda larga e del numero di strumenti informatici presenti nelle aziende, specie le Pmi. Ma anche nelle agevolazioni e sgravi fiscali previsti dal Governo. Però tutto sommato questo gap è superabile. Più difficile colmare quello culturale »
Si può spiegare meglio? «Le aziende italiane non hanno capito che in un periodo di rapida evoluzione come quello che stiamo vivendo, è lo stesso consumatore a fare la differenza tra successo e insuccesso di un prodotto. Diciamo che la dicotomia esiste non tanto sul fronte dell’informatizzazione del consumatore, quanto nella risposta che ottiene dalle aziende»
Umberto Torelli
30 ottobre 2006
spai: spai lab di marketing, comunicazione, web & nuovi media
ecco la pagina da un milione di dollari. gli spazi sono in vendita a blocchi di 100 pixel ogni giorno per 24 ore.
L’idea è di Alex Tew, studente di 21 anni inglese che ha pensato di realizzare questa pagina con lo specifico obiettivo di raccogliere un milione di dollari.
le cose sembra stiano andando piuttosto bene visto che in pochi giori ha raggiutno 256,100dollari
un genio!
The Million Dollar Homepage - Own a piece of internet history!
Segnalo questo intervento molto interessanto sul web e sul modo di fare comunicazione di Marco Massarotto (Consigliere ADCI e Founding Partner di Hagakure - Corporate Blogging, Podcasting & Online Tools for The Brand) - Estratto integralmente da ADCI il latore della presente 18 luglio 2006 numero 13 - www.adci.it
Web 1.0, Web 2.0
La rete come l’abbiamo conosciuta dal 1995 al 2000 è andata in crisi: un sistema troppo verticale. A risorgere dalle sue ceneri ci ha messo un attimo, dopo il Web 1.0, ecco il Web 2.0. Se vi sembra un maquillage, vi sbagliate di grosso. Il Web 2.0 è una nuova concezione di Internet: ogni software, ogni sito, ogni computer da allora nasce ispirandosi a questa nuova realtà. Tutto è iniziato da una conferenza, ormai mitica, tenuta da Dale Dougherty, vice presidente di O’Reilly, uno dei più importanti gruppi editoriali specializzato in teconologia. Da allora qualunque cosa si basa su alcuni solidi pilastri quali la condivisione (pensate alle infinite possibilità di condivisione di musica, film, contenuti), il social networking (le enormi e numerose comunità), la ricerca (Google docet), la personalizzazione. Internet diventa così una piattaforma in perenne sviluppo, dove il contenuto è fruito e al tempo stesso creato dai suoi utenti.
Il nuovo Internet e la nuova comunicazione
La rivoluzionarietà di questo approccio trascende i limiti della rete, si tratta di un “potere editoriale diffuso”, è una struttura socio-comunicativa orizzontale. Certo ci sono i grandi portali, ma sono sempre più dinamici: appaiono ad ognuno nel modo preferito. Inoltre un piccolo Blog o una piccola community possono assumere una velocità di crescita tale da portarli in poche settimane a essere un player globale. Questo è lo scenario di Web 2.0 trattato per sommi capi, ma siccome questo articolo si chiama “Comunicazione 2.0” cerchiamo di immaginare come il nuovo Internet possa influenzare la comunicazione.
Vecchi e nuovi modelli
Sappiamo che la percentuale di investimenti pubblicitari su Internet cresce a doppia cifra, mentre media storici come la tv o la stampa se non arrancano si attestano su percentuali da polpastrello. Ma come vengono spesi questi soldi? Finora si è cercato di replicare un meccanismo noto: comprare spazi frequentati dal maggior numero possibile di utenti e presentare loro l’ultima novità, l’ultima offerta di una Marca. Un approccio molto Web 1.0, appunto. Questo sistema rischia di non pagare più in una rete globale dove i contenuti mutano in modo infinito, dove le regole le scrive ognuno per sè. E i motivi principali sono due: una logica distributiva fortemente mutata e una frammentazione dell’audience.
La “Long Tail”: come il Web 2.0 ha cambiato la distribuzione
Prima di modificare la comunicazione il Web 2.0 ha radicalmente trasformato la distribuzione. Il modello classico di distribuzione si basa sulla vendita al dettaglio. Ho un negozio, ho una vetrina, espongo una parte della mia merce, solitamente la più nuova o la più bella. Così facendo mi ritrovo con un certo numero di scaffali all’interno del negozio e la merce che si trova lì ha meno visibilità, per non parlare del magazzino. Occorre puntare tutto su alcuni articoli che bisogna vendere velocemente, prima che passino nel dimenticatoio del retrobottega. La distribuzione su Internet ha sovvertito questo ordine.
Dal sito vetrina alla vetrina personale
Quando entro in un grande store on-line vedo una vetrina che non vede nessun altro, vedo una vetrina di merce che interessa a me secondo il mio profilo (personalizzazione) o secondo quello che ho chiesto di vedere (ricerca) o secondo quello che ha visto gente con gusti e acquisti simili ai miei (condivisione, social networking). Insomma vedo, scelgo e compro secondo i pilastri del Web 2.0. Ecco che un cd, un paio di scarpe, un libro passano dal dimenticatoio alla vetrina. E non per tutti, solo per quelli a cui possono interessare. È il caso di E Bay, di Amazon, di ITunes Music Store. Dopo duemila anni passati con una vetrina ecco arrivare in un anno duemila vetrine diverse per lo stesso negozio. Come questo si rifletterà sulla comunicazione è una sfida aperta. È chiaro che puntare sul prodotto appena uscito, presente in tutti i punti vendita, come fa la comunicazione classica, rischia di fare cilecca. Molta gente potrebbe non vederlo mai quel prodotto.
La logica viral
C’è anche un altro elemento del Web 2.0 che manda in crisi il sistema classico di comunicazione: la crescente assenza di spazi altamente frequentati a favore di molti spazi interconessi tra di loro. Avendo possibilità infinite ognuno su Internet tende a visitare e frequentare gli spazi più vicini ai suoi gusti e ai suoi interessi. C’è una frammentazione del publico. Anche i portali che riescono ancora ad attrarre grandi masse sono ormai totalmente personalizzabili e, di fatto, sono tanti siti quanti i loro visitatori. Un grosso budget speso su un portale frequentato può rivelarsi meno redditizio di una strategia raffinata che porti il messaggio di un’azienda a circolare spontaneamente. È la logica del virale, del Blog, del social networking (unire le persone per interessi). Perchè si attivi questo circolo virtuoso però, occorre guadagnarsi la simpatia, la credibilità, l’interesse della comunità di persone cui si vuole comunicare. Bisogna farlo con il linguaggio, con la tecnologia, con la sincerità necessarie. Occorre scendere nell’arena e giocare secondo le regole di chi vi si trova. Presentarsi a bordo di una “corazzata” Media può risultare un’idea poco efficace, quando non controproducente. Sono finiti i tempi in cui se non guardavi Pippo Baudo, guardavi la Carrà e a un’azienda bastava comprare spazi su tutti e due i programmi. Sul web 2.0 le scelte sono infinite e costantemente mutanti, nessun budget potrà mai coprirle tutte. In questo scenario le aziende dovranno trovare nuovi canali, nuove forme di comunicazione in grado di far muovere un messaggio dentro la rete. Soprattutto dovranno trovare o ritrovare la complicità dei consumatori. Che sia la nuova comunicazione, la Comunicazione 2.0?
non penso basti così poco! comunque posto questo intervento molto interessante di umerto torelli uscito sul corriere della sera
In Italia sono 20 milioni i potenziali consumatori che vogliono entrare in contatto con le aziende per avere informazioni su prodotti e servizi. Ma spesso non ci riescono». A parlare è Layla Pavone, presidente Iab Italia ed Europa (Interactive advertising bureau). L’associazione che promuove soluzioni e standard per lo sviluppo del business su Internet. E che i prossimi 8 e 9 novembre sarà presente a Milano con Iab Forum. «Questo succede perché le aziende sottovalutano le potenzialità del consumatore. Che grazie agli strumenti della rete, mai come adesso, utilizza Internet per informarsi prima, durante e dopo gli acquisti». Eppure l’Italia, secondo i dati NetConsulting non è fanalino di coda in Europa. Visto che il 62% delle aziende possiede un sito Internet e l’11% usa Internet per veicolare l’e-commerce . Ma nella maggioranza dei casi il sito aziendale si propone ancora come catalogo elettronico, non strumento per diffondere e raccogliere informazioni su quanto richiedono gli utenti. Un percorso a doppio senso in cui il consumatore diventa parte integrante dei piani di sviluppo aziendali. Quindi delle opportunità di crescita.
Allora che cosa è cambiato da quando le aziende usavano Internet come vetrina dei prodotti? «Sono cresciute, hanno capito che cambiano la comunicazione e i modelli di business . La soluzione non è solo quella di avere un catalogo elettronico online . Bisogna sfruttare il valore aggiunto dell’interattività, che consente il dialogo diretto con i consumatori. Necessario sia per i rapporti business to business tra aziende, sia per quello tra aziende e utenti» In che modo? «Bisogna fare innamorare il consumatore del proprio brand . Per 50 anni la comunicazione è andata in un’unica direzione: l’azienda verso il pubblico, in un rapporto poco democratico. Invece ora, il consumatore dice “ci sono anch’io”. Si tratta di un utente camaleontico, con esigenze in continuo cambiamento. È critico, attivo, usa Internet per selezionare prodotti e servizi»
Quali strumenti in rete danno visibilità a un’azienda? Possiamo parlare di una killer application ? «Lo strumento “principe” rimane senza dubbio la consultazione dei motori di ricerca. Utilizzati dal 92% dei consumatori per cercare informazioni in rete. Tutto inizia con il primo click , dopo che si sono inserite le parole chiave da cercare. Ecco perché la consultazione dei motori web diventa fondamentale per la visibilità delle aziende. Quindi per le azioni marketing da intraprendere »
Solo questo? «Diciamo che l’altro strumento venuto alla ribalta con prepotenza negli ultimi 12 mesi riguarda il fenomeno blog . Ormai cartina al tornasole del rapporto tra aziende e consumatori. Community online e blog eliminano le barriere inibitorie di chi acquista. Disposto a dire in modo chiaro che cosa pensa. Quindi in una posizione di interlocutore privilegiato Questo che cosa significa per le aziende? «Dire addio ai vecchi focus group, alle tradizionali tecniche di verifica e controllo. Adesso le scelte prese dai consumatori si valutano in tempo reale. Per cambiare in corsa le iniziative di vendita, ma anche correggere, se necessario, i programmi di comunicazione»
Internet giova di più alle grandi aziende o alle Pmi? «Porta vantaggi a entrambe. La differenza sta nella capacità di sfruttare al meglio le potenzialità della rete. L’enterprise può sfruttare tutti i vantaggi legati all’ottimizzazione degli investimenti. Prendiamo l’esempio di una multinazionale che deve proporre un servizio o un prodotto secondo logiche globali, indipendenti dai confini geografici. Ebbene può utilizzare il protocollo di comunicazione Internet sia verso il mondo esterno dei clienti, sia a livello interno. Con una rete Intranet in grado di passare informazioni ai suoi dipendenti, ma anche a clienti e fornitori»
E alla piccole imprese? «Per le Pmi il vantaggio è quello di localizzare le informazioni. Anche la piccola impresa, che ad esempio ha relazioni con la Cina, può dialogare a costi contenuti con la rete di vendita. Con la possibilità di trovare clienti attraverso la rete »
Quali sono le differenze tra aziende italiane e gli altri paesi europei? «Direi tecnologiche e culturali. Il primo punto riguarda la nostra arretratezza sulla diffusione della banda larga e del numero di strumenti informatici presenti nelle aziende, specie le Pmi. Ma anche nelle agevolazioni e sgravi fiscali previsti dal Governo. Però tutto sommato questo gap è superabile. Più difficile colmare quello culturale »
Si può spiegare meglio? «Le aziende italiane non hanno capito che in un periodo di rapida evoluzione come quello che stiamo vivendo, è lo stesso consumatore a fare la differenza tra successo e insuccesso di un prodotto. Diciamo che la dicotomia esiste non tanto sul fronte dell’informatizzazione del consumatore, quanto nella risposta che ottiene dalle aziende»
Umberto Torelli
30 ottobre 2006